Mese: febbraio 2016

Cosa accade nel suicidio?

villaggioIn quasi ogni “villaggio” c’è il mutuo prendersi cura, portato avanti dal branco a cui ciascuno sente di appartenere, che sia il branco di amici, la famiglia, il branco di classe. Ciascuno di questi branchi dà la possibilità ad ognuno dei suoi membri di sperimentare ogni sfumatura di emozione, dalla gioia alla paura al dolore. È come un equilibrio interno che si autoconserva: tutto il branco è nel dolore? allora ciascuno nel branco, “a turno”, potrà vivere pienamente il dolore sapendo di poter contare sulle orecchie, sulle braccia e sulle spalle dell’altro, e poi toccherà a qualcun altro e così via.

E sul branco, sulla vita intesa non come vita nostra ma come vita di tutta l’umanità, c’è stato qualcuno che ha espresso in passato un concetto incredibilmente semplice ed intuitivo, e che in questi giorni mi è balenato nella mente quasi come un’illuminazione: tutto ciò che è rigido, non flessibile, non si adatta all’ambiente che cambia e soccombe. Accade allora che qualcuno in quel branco nasce e cresce con un progetto, come ciascuno di noi tutto sommato, ma la realizzazione di quel progetto, per quella persona, diventa poi la vita stessa. Allora si domanda “possibile mai che non debba riuscire?” e il branco in questo interviene, diventa un’occasione per rispecchiarsi, per sentire che quel fuoco che ci muove, il Valore che ci muove, può darci la spinta creativa e il respiro per portare avanti quel progetto.

Ma non sempre questo è possibile, non sempre questo è il desiderio. Succede quindi che il progetto diventa più grande del Valore che ci spinge, e il rispecchiarsi diventa un confrontarsi con gli altri svalutando se stessi, e quel progetto diventa pesante come un macigno e se sento che non sono capace di realizzarlo allora “niente progetto, niente di niente”. A tal punto che anche tutte le orecchie e le braccia e le spalle del branco non bastano, e ciò che resta sono solo tante domande senza una risposta.

Non esiste al mondo un solo motivo, una sola risposta che possa soddisfare quelle domande. È naturale che appaia incredibile a tutto il villaggio, è naturale che una delle domande che balzano in mente sia “nessuno se ne accorge?”, perché è anzi ancora più difficile e doloroso comprendere pienamente, ammettere a se stessi che – alle volte – nemmeno quando ce ne accorgiamo possiamo scardinare le scelte altrui.

Questa non è una lettera per distruggere la speranza, bensì un invito a recuperare quella dimensione di villaggio, a percepirci come branco, a prenderci cura gli uni degli altri, e anzitutto a prenderci cura di noi stessi, non solo dei nostri corpi, non solo delle nostre spiritualità. Se c’è una responsabilità certa che abbiamo è quella verso noi stessi.

Sapere degli altri non è potere sugli altri. Sapere di sé è potere di sé.

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Il Burnout nelle professioni sanitarie e Il Training Autogeno

Quando parliamo di salute tendiamo ad occuparci dei bisogni del paziente e della sua famiglia, dimenticando spesso che fra gli attori della lotta alla patologia e della promozione di una migliore qualità di vita ci sono altri personaggi, quali gli operatori sanitari tutti (dal medico all’infermiere, al riabilitatore, all’assistente che riceve allo sportello ticket).

burnoutRicordiamo infatti che anche gli operatori sono “umani”, che hanno emozioni, sensazioni, che la loro professione assorbe molte energie, anche spesso sono il parafulmine delle frustrazioni dei pazienti e dei superiori, frustrazioni alle volte apparentemente scollegate dalla problematica medico dal rapporto gerarchico professionale.

In seguito a tutto questo, può arrivare un particolare tipo di stress, chiamato burnout (letteralmente vuol dire “bruciato”), che colpisce soprattutto le professioni di aiuto, ossia quelle professioni che implicano una relazione basata sull’aiuto unilaterale.

In pratica il burnout è un tipo di risposta ad una situazione di lavoro sentita come intollerabile, che non può essere alleviata attraverso una soluzione attiva dei problemi.

In tal caso, l’operatore sentirà una sensazione di straniamento, di incapacità e tenterà di evitare il coinvolgimento con gli altri (esaurimento emozionale); oppure avrà sentimenti negativi verso gli altri, visti come incompetenti, seccanti, sentimenti negativi verso se stessi con senso di colpa (spersonalizzazione); o ancora vivrà un senso di inadeguatezza, di fallimento professionale (ridotta realizzazione personale sul lavoro).

Ovviamente il burnout per svilupparsi ha bisogno che sia già presente una base di stress piuttosto avanzato. Alla base del burnout quindi ci sono le stesse cause del comune stress lavorativo: fonti intrinseche al lavoro (fattori fisici e ambientali come rumorosità, vibrazioni, variazioni di temperatura, ventilazione e umidità, illuminazione, carenze dell’igiene ambientale), ruolo nell’organizzazione (ambiguità di ruolo e conflitto di ruolo, ossia richieste tra loro incompatibili), sviluppo di carriera (ambizioni deluse, competitività tra colleghi, sovra-promozioni, retrocessioni), relazioni di lavoro (incongruenza di posizione, densità sociale, personalità non empatica dei colleghi), struttura e clima organizzativo (mancanza di senso di appartenenza).

Le reazioni a questa complessa situazione, laddove si sviluppa anche il burnout, sono quelle già indicate precedentemente, alle quali vanno aggiunti un forte distacco emotivo, la perdita di idealismo ed entusiasmo e l’aumento di apatia,che hanno una funzione difensiva (ossia, se mi allontano, se creo un distacco, sono meno investito emotivamente e quindi posso sopravvivere).

A questa reazione consegue poi il senso di colpa, generato proprio dalla consapevolezza di aver preso le distanze e di non riuscire più a rispondere adeguatamente ai bisogni altrui. Ovviamente il burnout è un meccanismo che si auto rinforza, una sorta di circolo vizioso.

Ma! Ma…c’è la possibilità di uscirne.

Le soluzioni possibili sono diverse, dal cambiare lavoro (quando possibile) al “cambiare se stessi” (ossia intraprendendo un percorso psicoterapeutico che aiuti ad affrontare le situazioni), allo scindere la vita professionale da quella privata (ossia investire in attività altre, attività ricreative, magari prendendo spunto da passioni che erano rimaste sopite).

Uno strumento che può accompagnare questa ricerca di cambiamento e sviluppo è il Training Autogeno che consente di raggiungere il totale rilassamento fisico e psichico e aiuta a ritrovare l’armonia psico-fisica attraverso una serie di esercizi da svolgere mentalmente seduti o stesi sul letto.

Il Training Autogeno è uno strumento semplice senza controindicazioni, utile a tutti: pazienti, infermieri, medici, operatori, ecc. Tenete a mente però che esiste un particolare tipo di stress “buono” (eustress) che consiste in quella pressione, quell’esplosivo a timer che ci permette di essere produttivie di raggiungere i traguardi che ci poniamo nella vita, insomma “non tutto lo stress viene per nuocere”!

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