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Cosa accade nel suicidio?

villaggioIn quasi ogni “villaggio” c’è il mutuo prendersi cura, portato avanti dal branco a cui ciascuno sente di appartenere, che sia il branco di amici, la famiglia, il branco di classe. Ciascuno di questi branchi dà la possibilità ad ognuno dei suoi membri di sperimentare ogni sfumatura di emozione, dalla gioia alla paura al dolore. È come un equilibrio interno che si autoconserva: tutto il branco è nel dolore? allora ciascuno nel branco, “a turno”, potrà vivere pienamente il dolore sapendo di poter contare sulle orecchie, sulle braccia e sulle spalle dell’altro, e poi toccherà a qualcun altro e così via.

E sul branco, sulla vita intesa non come vita nostra ma come vita di tutta l’umanità, c’è stato qualcuno che ha espresso in passato un concetto incredibilmente semplice ed intuitivo, e che in questi giorni mi è balenato nella mente quasi come un’illuminazione: tutto ciò che è rigido, non flessibile, non si adatta all’ambiente che cambia e soccombe. Accade allora che qualcuno in quel branco nasce e cresce con un progetto, come ciascuno di noi tutto sommato, ma la realizzazione di quel progetto, per quella persona, diventa poi la vita stessa. Allora si domanda “possibile mai che non debba riuscire?” e il branco in questo interviene, diventa un’occasione per rispecchiarsi, per sentire che quel fuoco che ci muove, il Valore che ci muove, può darci la spinta creativa e il respiro per portare avanti quel progetto.

Ma non sempre questo è possibile, non sempre questo è il desiderio. Succede quindi che il progetto diventa più grande del Valore che ci spinge, e il rispecchiarsi diventa un confrontarsi con gli altri svalutando se stessi, e quel progetto diventa pesante come un macigno e se sento che non sono capace di realizzarlo allora “niente progetto, niente di niente”. A tal punto che anche tutte le orecchie e le braccia e le spalle del branco non bastano, e ciò che resta sono solo tante domande senza una risposta.

Non esiste al mondo un solo motivo, una sola risposta che possa soddisfare quelle domande. È naturale che appaia incredibile a tutto il villaggio, è naturale che una delle domande che balzano in mente sia “nessuno se ne accorge?”, perché è anzi ancora più difficile e doloroso comprendere pienamente, ammettere a se stessi che – alle volte – nemmeno quando ce ne accorgiamo possiamo scardinare le scelte altrui.

Questa non è una lettera per distruggere la speranza, bensì un invito a recuperare quella dimensione di villaggio, a percepirci come branco, a prenderci cura gli uni degli altri, e anzitutto a prenderci cura di noi stessi, non solo dei nostri corpi, non solo delle nostre spiritualità. Se c’è una responsabilità certa che abbiamo è quella verso noi stessi.

Sapere degli altri non è potere sugli altri. Sapere di sé è potere di sé.

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