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L’immagine corporea nel paziente stomizzato

“L’immagine corporea è l’immagine del nostro corpo che ci formiamo nella mente, e cioè il modo in cui il nostro corpo ci appare”(Paul Schilder – 1935).

La maggior parte delle persone limita l’idea di immagine corporea all’apparenza fisica, alla bellezza e all’essere attraenti. In realtà è la rappresentazione mentale di noi stessi, come vediamo noi stessi, come il nostro corpo appare ai nostri occhi interni.

immagine corporeaLe attitudini e le emozioni – come sentiamo la nostra apparenza fisica – sono una componente essenziale della nostra esperienza corporea, che opera sia a livello della coscienza sia al di fuori della nostra consapevolezza, nella sfera privata e sociale. Lo sguardo autoreferenziale (noi mentre ci guardiamo) influenza, quindi, gran parte del nostro comportamento, le nostre emozioni, i nostri pensieri e soprattutto la nostra autostima.

La percezione del corpo, le emozioni e le nostre convinzioni orientano i nostri progetti, decidonochi incontriamo, la natura delle nostre interazioni, il nostro benessere quotidiano e la possibilità di incorrere in disturbi di natura psicologica.

Certamente tutto ciò non può prescindere dal proprio contesto culturale, in senso di macro-cultura (la nostra storia nazionale, i contenuti diffusi mediante programmi tv, internet e giornali) ma anche in senso di micro-cultura (i concetti, la morale, i valori del proprio luogo di vita, della famiglia, del quartierino, del paese).

Inevitabilmente siamo tutti, chi più chi meno, influenzati dagli stereotipi culturali riguardanti l’apparenza fisica e dai modelli che la rappresentano. Tutti questi fattori convergono e si combinano in modi diversi nel determinare un livello di soddisfazione o insoddisfazione della propria immagine corporea.

L’intervento chirurgico (ad esempio per l’uro-stomia) produce due effetti:

1. è stato tolto qualcosa

2. è stata confezionata una stomia

La perdita di una parte del proprio corpo induce sempre un vissuto depressivo e una preoccupazione: “riuscirò a vivere senza?”. La stomia altera il vissuto dello schema corporeo, e quindi l’immagine corporea. Lo stomizzato sente che la barriera protettiva che contiene l’interno del proprio corpo non è più integra, il che comporta una percezione di debolezza.

Negli uomini, per esempio, la stomia può essere vissuta come una femminilizzazione, riportando in superficie problemi di identità sessuale. In tutti i casi, comunque, la stomia viene inizialmente vissuta come una ferita aperta o come un corpo estraneo. In quanto corpo estraneo, non-parte-di-sé, la psiche tende a rifiutarlo. E spesso rifiuta non solo la stomia, ma proprio tutta un’intera parte del corpo, non riconoscendola come propria.

E’ come se si formasse una scissione, una divisione in due del proprio corpo: parte sana e parte malata, parte buona e parte cattiva, che può coinvolgere anche l’uso degli altri organi (esterni e interni) che si trovano sul “lato malato”, fino a non voler neanche pronunciare la parola “stomia”. Una tale situazione comporta, chiaramente, una diminuzione della propria autostima, con conseguenti difficoltà nelle interazioni sociali, nel lavoro, nel rapporto amoroso e anche (e soprattutto) nel rapporto con se stessi.

Allora cosa fare?

Certamente l’atteggiamento del personale infermieristico e della famiglia sono una componente importante nella integrazione dell’immagine di sé. Un approccio naturale con la stomia, da parte dei care-giver, privo di quel senso di disgusto o di paura che sono fra i maggiori timori della persona stomizzata, favorisce un’accettazione della stomia e quindi una maggiore serenità e Qualità di Vita. Da un punto di vista più strettamente psicologico, le tecniche per l’integrazione dell’immagine corporea sono diverse per ciascun approccio psicoterapeutico, sebbene quello cognitivo-comportamentale sembra essere il più rapido ed efficace.

Un esempio, in questo senso, è il Body Imaging Coaching (B.I.C.). Si tratta di un procedimento teso ad assistere la persona in una definizione consapevole della propria immagine corporea, ovvero il più possibile corrispondente alla propria realtà corporea obiettiva. La persona sarà guidata nel fare i conti con le discrepanze, spesso dolorose, tra l’immagine ideale di sé e quella deformante: a partire dal polo della non-accettazione dell’immagine, si tratterà di percorrere una traiettoria di progressivi e realistici “avvicinamenti” all’immagine ideale, individuando gli elementi su cui concretamente poter operare.

Basandosi sulla teoria della Gestalt “percezione figura/sfondo”, si mettono in evidenza quegli elementi che la percezione di sé fa emergere “in figura” (che spesso riflettono una visione di rifiuto, intolleranza per la parte malata di sé). In seguito, poi, si fanno emergere da uno “sfondo” gli elementi interessanti, che l’auto-percezione distorta della persona lascia “in ombra” e che meriterebbero, al contrario, di essere valorizzati e portati in evidenza.

Infine, si utilizzerà la metafora dell’ologramma, per la quale l’intervento prevede di lavorare sulla “congruenza delle parti con il tutto”. Infatti sarebbe inutile intervenire su un aspetto parziale del corpo – e quindi dell’immagine corporea – se lo stesso non è incluso in una armonizzazione di insieme con l’interezza della persona, non solo sotto il profilo della propria corporeità, ma anche della personalità che si esprime naturalmente nell’immagine corporea.

In pillole ecco alcuni consigli su come costruire un’immagine corporea migliore:

1.Diventare consapevole dei punti di forza e di debolezza della propria percezione di sé

2.Stabilire obiettivi realisticamente raggiungibili (ad es. fare attività sportiva, nella misura in cui ciò è possibile)

3.Capire le cause profonde del proprio scontento (la stomia potrebbe essere una concausa che si aggiunge a un’immagine corporea già debole)

4.Avvicinare l’immagine ideale di sé ad una più realistica, bonificando gli eccessi di “mostruosità” della parte rifiutata

5.Sentire e percepire il proprio corpo “da dentro” attraverso esercizi pratici di meditazione e riattivando il “piacere e divertimento”

6.Scoprire le proprie convinzioni e sfidarne il controllo che hanno sul modo “negativo” con cui percepiamo il nostro corpo

7.Affrontare i propri “rituali” che permettono di evitare le situazioni ritenute frustranti per la propria percezione corporea (ad es. l’abbigliamento in contesti sociali come le cene, le feste, la palestra o la spiaggia)

Una volta raggiunto l’equilibrio, un’immagine positiva di sé può essere mantenuta impegnandosi a trattar bene il proprio corpo, mantenendo e coltivando una relazione con esso, ovvero facendone un’esperienza positiva in ogni occasione quotidiana (la bellezza dello stra-ordinario), imparando ad “accarezzarsi e incoraggiarsi”, facendo un bilancio dei propri punti forti e deboli in autonomia, al fine di sapersi dare stimoli e obiettivi concretamente raggiungibili.

Tutto quanto detto finora, però, necessita di una base costituita da una forte motivazione interna della persona portatrice di stomia (Io voglio guardarmi diversamente), nonché costituita da un forte appoggio e sostegno da parte del personale infermieristico e della famiglia.

Il modo di vedere se stessi e il mondo, il modo di relazionarsi con se stessi e con il mondo, può migliorare solo se lo vogliamo. Vedere la parte rifiutata, darle un nome preciso, riconoscerla è l’inizio dell’accettazione e dell’integrazione.

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